Il 2018 e il crollo dell'idea della condivisione dei diritti

Gravidanza

Il primo effetto che ha avuto la notizia della possibilità di rinunciare all'astensione obbligatoria pre parto è stata quella di scatenare una gara a chi è più tosta: "Io ho lavorato fino all'ultimo!, "Io avrei potuto lavorare fino alla fine" e simili. Guarda caso però nessuna di queste donne era un'operaia, o una bracciante o una dipendente di cooperative agricole che impacchettano ortaggi... ma neanche educatrici, insegnanti, professoresse. Ovvio, a tutte piacerebbe poter godere di un mese o due in più del bimbo dopo che è nato, ma quante sono le donne che potrebbero lavorare nell'ultimo mese di gravidanza? Davvero poche privilegiate che oltre che star bene svolgono un lavoro davvero poco faticoso (e non parlo solo di fatica fisica...).

La prima riflessione è che ormai siamo abituate/i a misurare i diritti come ci misuriamo le scarpe. Se ci stanno bene, se non ci fanno male e ci piacciono, le compriamo. Questa tendenza a misurare i diritti su di noi è purtroppo diventata diffusa. Non devo separarmi quindi che mi frega del Ddl Pillon! Vivo felicemente e serenamente con mio marito, che mi frega degli orfani di femminicidio. Non ho intenzione di abortire, sono cavoli di chi vuole farlo difendere la 194. Sono bianca e i miei figli sono bianchi, il razzismo è un problema di chi ha adottato figli con la pelle nera e/o di chi ha la pelle nera. Sto bene e voglio godermi 5 mesi con mio figlio, viva la flessibilità dell'interdizione obbligatoria. Anzi, eliminiamo la parola obbligatoria, chiamiamola interdizione per chi la vuole. Perché è questo che succede: si elimina l'obbligatorietà! Eliminiamo proprio l'idea che la gravidanza debba godere di tutele, che ci sia bisogno di un po' di calma per preparare il nido, per riposarsi prima delle fatiche del parto e del puerperio!

Poi ci sono quelle che in qualità di autonome e libere professioniste apprezzano perché loro hanno ancora meno diritti. Lo so che hanno meno diritti, sono autonoma anche io. Ho passato una settimana con l'influenza e quando mi calava la febbre mi portavo il computer sul divano e cercavo di mettermi un po' in pari con il lavoro. Lavoro di domenica, se ho da lavorare, e un periodo consecutivo di ferie me lo posso scordare perché nessuno può sostituirmi. Ma tutto ciò mi dà la consapevolezza che dobbiamo anche lottare per i diritti delle lavoratrici autonome, delle free lance, delle partite iva. La libertà non viene dalla flessibilità ma dal rispetto delle regole e prima ancora dall'esistenza delle regole. La parola flessibilità quando si parla di lavoro non ha mai portato cose buone. Tra l'altro sono una dei pochi casi di donne che ha perso il lavoro quando era in maternità perché l'azienda per cui lavoravo si sciolse.

Rendere "flessibile" l'astensione obbligatoria prima del parto  è gravissimo perché è un modo per cominciare a picconare un diritto. Anche se riguarderà solo pochissime fortunate che al nono mese stanno benissimo e fanno lavori non faticosi fisicamente è un modo per cominciare a dire: "Ma chi l'ha detto che a fine gravidanza non si può lavorare?"

Ma desidero ritornare al concetto che i diritti da difendere non si misurano sulla propria pelle. Le battaglie si fanno per i diritti di tutte. Ottenere l'astensione obbligatoria prima del parto è stato un diritto conquistato anche grazie al fatto che c'erano donne che partorivano nei campi o nelle fabbriche. Il principio dell'astensione obbligatoria prima del parto è un principio fondamentale che sancisce una tutela della madre e del nascituro. Dire che si può rinunciarvi se si è in una condizione privilegiata di lavoro non molto usurante è pericoloso perché apre la strada a mettere in discussione il diritto. Perché se oggi va bene a te poi domani può dover andar bene a tizia o a caia. I diritti si difendono, in modo solidale. Non saremmo andate avanti se ognuna avesse pensato solo a quello che fa comodo a se stessa o alla piccola categoria di cui fa parte. E il fatto che non sia usurante per tizia non vuol dire che non lo sia per caia. Io non voglio che si metta in discussione un diritto. La storia degli ultimi decenni ci insegna come soprattutto per le donne sia facile tornare indietro e perderli i diritti. L'astensione obbligatoria prima del parto è un diritto e rinunciarvi perché si è in una situazione facilitata che lo consente è una di quelle classiche modalità del tipo "penso ai cavoli miei". Lottiamo invece insieme perché si aumenti l'astensione post parto, lottiamo perché le autonome abbiano pari diritti delle dipendenti. Ma insieme, non ognuna per i cavoli suoi e per i suoi interessi. Lottiamo contro le dimissioni in bianco, lottiamo per una vera tutela della maternità e cerchiamo di non compiacerci di questi giochetti del tipo "io posso lavorare e lo faccio perché preferisco godermi mio figlio dopo e magari risparmiare la baby sitter per un mese". Si chiama solidarietà femminile, si chiama sorellanza , è quella che ha spinto le donne che negli anni Settanta ci hanno fatto conquistare i diritti di cui godiamo... o meglio godevamo, perché ormai li stiamo perdendo tutti uno dopo l'altro.

E poi c'è un altro punto importante; l'astensione obbligatoria prima del parto ci protegge da noi stesse, dalla nostra paura di non riuscire sempre a fare il massimo per tutte/i: per la famiglia, il marito, gli altri figli, il capo, i colleghi, la società intera. Il senso del dovere, del prenderci cura, di dover mostrare che siamo sempre in grado di fare tutto è qualcosa che ci è stato instillato sin dalla nascita e che comunque siamo costrette a coltivare perché ci sarà sempre qualcuno a cui dovremo dimostrare qualcosa: di essere brave nonostante siamo diventate mamme, di essere competenti nonostante gli ormoni della gravidanza o le tette piene di latte.

Si dicono per la famiglia, si dicono per la bigenitorialità e poi non c'è stata una delle donne della maggioranza che si sia alzata in piedi per dire No, come non lo hanno detto per il Ddl Pillon e nemmeno per difendere i finanziamenti al fondo per gli orfani di femminicidio.

E concludo con le parole della mia amica Laura: "E se una sta alla reception di un ufficio legale a rispondere al telefono o accogliere clienti (mò non vi incazzate voi receptioniste :)) ) o a scrivere al computer e dice “oh, guarda, io non ho nessun problema a lavorare fino al parto. Preferisco godermi mio figlio/figlia un mese più dopo”, dovrebbe arrivare a pensare che una donna che lavora in una fabbrica metalmeccanica, o in una jeanseria, o in una fabbrica di divani (e tralascio attività più usuranti e pericolose perchè spero che almeno il rischio professionale non venga toccato) non vive esattamente le stesse condizioni lavorative. E che anche la donna che lavora 4+4 ore china su una macchina da cucire, o una taglia e cuci, col caporeparto accanto che cronometra i tempi, avrebbe piacere di viversi un mese in più di creatura nata. Ma le sue condizioni lavorative non glielo consentono.
E allora che cazzo di scelta è? 
Il pensare egoisticamente alla sola propria realtà, non porta da nessuna parte. 
Studiare un po’ di storia gioverebbe.
Siamo un paese senza speranza. L’egoismo sfrenato ci sta divorando."

Donatella Caione, 6 dicembre 2018

Illustrazione di Tiziana Rinaldi