Alcune domande e (poche) risposte sul significato della parola femminista

Illustrazione di Viola Gesmundo tratta da Una strada per Rita di Maria Grazia Anatra

Innanzitutto, è da notare che femminista è una parola che non ha sinonimi. Ed è molto strano che una parola così usata e abusata non abbia sinonimi, in una lingua come la nostra che conta, si stima, circa 270mila unità lessicali (le unità lessicali una volta flesse danno poi vita alle parole) ed ha davvero tante parole per esprimere concetti simili e anche lo stesso concetto.

 

Cosa significa “femminista”? La definizione che ne dà il vocabolario Treccani è: Fautore o seguace del femminismo. Una definizione al maschile peraltro. Secondo Garzanti: chi aderisce o è favorevole al femminismo. Secondo Hoepli: Seguace, fautore del femminismo. Identica definizione è quelle del Nuovo De Mauro. Per il Sabatini-Coletti invece: Fautrice, sostenitrice del femminismo,beh almeno quest'ultimo usa il genere femminile! 

Fra i neologismi però sempre Treccani rileva: pseudofemminista, neofemminista, ultrafemminista, cyberfemminista, antifemminista. C'è da riflettere!

 

La definizione di femminista dunque ci rimanda a femminismo. Le definizioni di femminismo sono leggermente più varie invece:

Sabatini-Coletti: Movimento sorto nell'Ottocento che propugna la perfetta parità di diritti fra la donna e l'uomo; oggi ha esteso le sue rivendicazioni a ogni campo della vita sociale puntando alla valorizzazione della sensibilità e della cultura femminile.

Treccani: Movimento delle donne, le cui prime manifestazioni sono da ricercare nel tardo illuminismo e nella rivoluzione francese; nato per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico (ammissione a tutte le occupazioni), giuridico (piena uguaglianza di diritti civili) e politico (ammissione all’elettorato e all’eleggibilità), attualmente auspica un mutamento radicale della società e del rapporto uomo-donna attraverso la liberazione sessuale e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne.

Nuovo De Mauro: movimento sorto nel XIX sec., per rivendicare alle donne la parità di diritti politici, giuridici e sociali con i maschi|negli anni Sessanta, movimento femminile finalizzato alla promozione di un cambiamento radicale della posizione della donna all’interno della società, con la proposta di valori culturali alternativi a quelli maschili dominanti e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne.

Hoepli: Dottrina e movimento che si propone di rivalutare il ruolo sociale e politico della donna e di ottenere la parità civile, politica, economica della donna rispetto all'uomo, nato e affermatosi con varia fortuna nel quadro della moderna società industriale.

Garzanti: movimento nato nell’Ottocento per rivendicare alle donne la parità giuridica, politica e sociale con gli uomini | dagli anni '60 del Novecento, movimento che mira a proporre valori culturali autenticamente femminili, in alternativa a quelli maschili e ai ruoli tradizionalmente attribuiti dall’uomo alla donna.

 

Alcune di queste definizioni sono più o meno complete o condivisibili, ma sicuramente sono tali da permettere alla maggioranza delle donne di identificarvisi. Penso che davvero pochissime donne non auspichino la parità giuridica, politica e sociale o l'abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne o la valorizzazione della sensibilità e della cultura femminile.

 

Perché allora tante donne, soprattutto giovani, pur condividendo ciò che è detto in queste definizioni, hanno paura a definirsi femministe o sentono il bisogno di specificare “non sono femminista ma...” o “non sono una femminista esasperata ma...”? E perché la parola femminista per tante persone, e donne, ha una accezione negativa nonostante poi le stesse auspichino pari opportunità, pari diritti, pari ruoli all'interno di famiglia e società?

 

E perché per tante persone la parola femminista suona come il contrario di maschilista?

 

Per quanto riguarda l'ultima domanda, vediamo la definizione di maschilista secondo Treccani: Chi, o che, denota o rivela maschilismo, cioè l’idea di una presunta superiorità dell’uomo sulla donna. Sono simili le definizioni degli altri dizionari. Leggermente diversa quella del Sabatini-Coletti: Atteggiamento per cui l'uomo si reputa superiore alla donna in contesti sociali e privati.

 

Pare evidente che non ci sia solo una differenza di genere fra le due parole, ma un chiaro e diverso significato, perché laddove maschilista indica chi auspica la superiorità maschile, femminista auspica l'uguaglianza. E dunque ripeto la domanda: Perché per tante persone la parola femminista suona come il contrario di maschilista?

 

C'è poi la faccenda del pregiudizio verso la parola perché finisce in -ista o -ismo. Sentiamo dire a tanti, a proposito di femminismo, “non mi piacciono gli ismi”. E non capisco se nell'antipatia verso gli ismi siano compresi anche il verismo o il romanticismo, o il buddismo, o il dadaismo e magari anche il ciclismo. E lo stesso vale per le parole in -ista che danno origine a quelle in ismo, che siano dentista, o giornalista o latinista.

Dunque, un vero e proprio pregiudizio perché questi due suffissi sono neutri, la connotazione positiva o negativa dipende dalle parole cui sono applicati. Questa faccenda degli ismi non suona un po' come quando sentiamo dire che “ministra è cacofonico” o “avvocata non mi piace”? Insomma, una scusa.

 

Un'altra domanda che possiamo porci è: perché permangono tanti stereotipi negativi sulle femministe e sul femminismo? Le femministe sarebbero sempre incavolate, odierebbero gli uomini, non amerebbero cucinare o fare faccende in casa, non curerebbero il loro aspetto.

Inutile dire che non è così, in quanto persone diverse avranno caratteri, scelte di coppia, hobby, passioni diverse. E ameranno più o meno curare il loro aspetto o abbigliamento

 

Possiamo anche dire che la parola “femminista” ha un significato molto generico. Ed è per questo che tante preferiscono parlare di femminismi. È giusto, lo capisco, però secondo me un po' è anche sbagliato perché ciò porta da una parte a divisioni e dall'altra a una sorta di paura di usare il termine. E la paura porta ad aumentare gli stereotipi, ad allontanare soprattutto le giovani e anche ad aumentare i pregiudizi.

 

Possiamo fare un esempio con il dichiararsi di sinistra. Le persone di sinistra sono diversissime tra loro e preferiscono nominarsi in modi molto diversi: persone democratiche, egualitarie, pluraliste, antifasciste, antirazziste, anarchiche, comuniste, socialiste, radicali... Però una persona che si percepisce comunista non ha difficoltà a condividere idee e progetti in un ambito “di sinistra” pur sapendo di avere con altre solo dei punti di contatto. Con il femminismo ciò non succede, non appena un gruppo di donne femministe tenta di aprirsi immediatamente emergono le differenze tipiche dei femminismi. Non si riesce a superarle, non si riesce ad andare oltre il poco che divide per arrivare al tanto che unisce. E quale è il rischio? Di rimanere isolate, di non poter percorrere una strada comune che vada oltre l'organizzazione di una grande manifestazione. Fatta questa, poi ci si rintana nei propri luoghi quasi a voler farsi proteggere dalle proprie differenze. Ciò succede proprio perché si tratta di una parola difficile da usare.

 

D'altra parte la paura dell'inflazionamento del termine, di una perdita di identità. Ma io dico, meglio correre questo rischio che non contribuire all'avere paura delle "femministe" o di dichiararsi tale. Meglio correre il rischio che il termine si inflazioni un po' che permettere di considerare il femminismo una cosa da reduci di un tempo passato o tenere lontane delle giovani che spesso hanno anche paura a dichiararsi tali. Facciamola invece diventare una parola in cui le giovani non abbiano paura a riconoscersi, anche perché non ne abbiamo altre. E così facendo ne diventerà chiaro il significato, si abbatteranno gli stereotipi, si avverseranno i pregiudizi, sarà chiara la differenza con il maschilismo...

 

E magari non succederà più di sentire, come mi è successo ieri, una conduttrice televisiva che, pur conducendo una interessante trasmissione sulle donne, dica: "Parliamo di donne femminili che hanno la grazia e il portamento di vere donne; femminista non è un termine che mi piace e che credo ormai superato.

 

Forse è considerato da tante un termine superato, perché tante, soprattutto ragazze, certe problematiche sui ruoli credono di averle superate (ma non è così e lo vediamo in continuazione) e ignorano il cammino della generazione precedente che ha dato loro nuove libertà.

Dunque è un termine che secondo me abbiamo bisogno di usare, di sentire usare, di non aver paura di usare.

 

Donatella Caione, 18 novembre 2018

Illustrazione di Viola Gesmundo tratta da Una strada per Rita di Maria Grazia Anatra