Cosa si può fare in una scuola?

Incontro a scuola

In una scuola media della mia città un padre, per protestare contro un rimprovero fatto al figlio, si reca a scuola, picchia il vice preside, ovvero il professore che ha rimproverato il figlio, e lo manda all'ospedale.

In quella stessa scuola io c'ero stata tre giorni prima. Ho parlato in due incontri di due ore ognuno con dieci classi di terza media degli stereotipi e di come questi condizionano le relazioni amicali e affettive, e le scelte di tempo libero, studio, lavoro, in rappresentanza dell'associazione di cui faccio parte, Donne in Rete, che si occupa di prevenzione della violenza. L'incontro faceva parte di un progetto curato da una psicologa dal titolo: Progetto di Educazione Socio-Affettiva: Amarsi per Amare. Per svolgere incontri come questo è necessario presentare un progetto, parlare di cosa si farà, chiedere le autorizzazioni delle famiglie affinché ragazzi e ragazze possano partecipare (autorizzazione che il 5% delle famiglie ha negato).

Insomma, bisogna chiedere il permesso. Ancora più importante è chiedere il permesso se si desidera parlare di tematiche di genere, di prevenzione della violenza di genere, di omofobia, di bullismo omofobico. Insomma la scuola deve chiedere il permesso per informare ed educare, per fare quello che molto spesso le famiglie non fanno o credono di fare, facendolo male. Andando a picchiare i professori, nei casi estremi, o semplicemente insultandoli, contestando il loro operato, usando il potere del loro essere genitori come fosse un'arma, spogliando la scuola del suo compito.

Appena entrata nell'atrio della scuola l'altra mattina mi ero fermata ad osservare un cartellone sul bullismo, posto proprio all'ingresso. Belle parole, belle frasi ma come si fa a contrastare il bullismo quando i genitori sono i primi ad esercitarlo? Nei casi estremi picchiando il vice preside, in tanti altri esercitandolo in tante altre modalità, anche online.

In un comunicato i rappresentanti della scuola scrivono: "Noi genitori abbiamo il dovere di lavorare a stretto contatto con la scuola, alla quale affidiamo la formazione dei nostri figli, in un percorso di collaborazione e cooperazione, perché siamo tutti accomunati da uno stesso scopo: formare veri uomini rispettosi e degni di poter far parte della società civile, di diventare cittadini del mondo." Condivido tutto, certamente, ma cosa possiamo fare perché non rimangano belle parole? Tutti e tutte, senza sottrarci perché "noi non siamo così" perché questi avvenimenti fanno male a tutte/i noi, non solo ai protagonisti, ci riguardano tutti. E prima di occupaci dei comportamenti dei nostri figli dobbiamo occuparci dell'esempio che diamo con i nostri, sempre. E lasciar lavorare la scuola come meglio crede, non costringendola a dover chiedere un permesso per cercare di fare quello che i genitori non fanno o fanno male.