Tra educazione e genetica

Provette - scuolaGuardo i miei figli, mentre giocano. Guardo il bel nasino all’insù di lei, quel nasino che mia suocera mi faceva notare quanto somigliasse a quello della bisnonna, i suoi begli occhi neri, vivaci ed intelligenti, che sembra ti guardino dentro, così uguali a quelli del suo papà; e guardo lui, che tanto mi ricorda me, sia quando ci infiliamo in eterne polemiche, sia quando ritrovo in lui un certo mio modo di intuire le cose, di pormi nei confronti degli altri. Quanto mi assomiglia! E quanto mi assomiglia anche lei, così emotiva! Dal suo mal di pancia del mattino al suo desiderio di avere tante amiche, di essere una compagna desiderata e una allieva gratificata!

Guardo i miei figli e mi chiedo: ma sono una parte di me perché  una minuscola cellula uovo un giorno è diventata, con lo spermatozoo del loro papà, una scintilla di vita? O perché quella scintilla è cresciuta dentro di me, giorno dopo giorni per nove mesi, mentre io la coccolavo, le parlavo e attendevo con ansia che venisse fuori? O, ancora, perché, dopo esser nata l’è toccato ascoltare la mia voce, bere il mio latte, addormentarsi ascoltando il battito del mio cuore, fiutare il mio odore e così innamorarsi di me mentre il mio amore per lei cresceva ancor più a dismisura?

Insomma, io amo i miei figli, è questo è fuor di dubbio, ma li amo più per i loro lineamenti e per il loro carattere che in tante cosa somiglia al nostro e a quello dei nostri genitori o per quello che sono diventati, per le loro idee, i loro sogni, le loro ambizioni, il loro modo di essere?

Sicuramente per entrambi, ma ciò che di sicuro di loro mi inorgoglisce è soprattutto ciò che è relativo alle piccole persone che sono diventati. Quando ascolto lui parlare e sento che ha fatto suoi dei valori che io ho cercato di trasmettergli: amicizia, solidarietà, rispetto per i deboli, per i diversi, per l'ambiente… mi sento felice più che per il suo bel sorriso dolce che mi ricorda i miei familiari. Perché è stato il trasmettergli quei ideali, quei valori il mio lavoro più duro, il cercare di fare di lui una persona che ragiona, con una indipendenza di giudizio, autonoma, responsabile… ciò che mi ha coinvolta e impegnata... e che mi coinvolge e mi impegna. Trasmettergli invece il mio dna, i miei cromosomi, non è stata una gran fatica… caso mai 5 minuti di piacere! Il difficile è stato vegliarli quando erano malati, cullarli nelle loro notti insonni, nutrirli quando mi sembrava che mi succhiassero anche l’anima, da quanto ero stanca, e poi corrergli dietro ai giardinetti mentre muovevano i primi instabili passi… e ora capire come attenuare la pressione che la scuola in questo periodo esercita su lei, come intravedere tra le mezze parole di lui i dubbi di un adolescente e poi  ricominciare a vegliare, per aspettare che tornino la sera o scrutarli negli occhi per capire se tutto è a posto.

Insomma, io mi sento molto più loro mamma pensando a come i miei figli son dentro che non pensando a come son fuori… anche se questo mio esser mamma è cominciato quando erano nella mia pancia, quando parlavo loro con dolcezza, quando ascoltavo musiche dolci, quando li accarezzavo o gli facevo ascoltare, in silenzio, il battito del mio cuore. Perché è come son fuori che mi è costato e mi costa fatica… e mi gratifica anche di più, perché sento che ciò che loro diventano dipende dal modo in cui io li accompagno.

Erano solo un progetto di vita, e stanno diventando delle persone. E quello che diventeranno non sarà dipeso che in piccolissima parte da quel progetto di vita di poche cellule. Lo penso e voglio pensarlo, se così non fosse non sarebbe poi tanto importante il mio ruolo di mamma!

 

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