Il tema di Martina

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Guardo con la coda dell’occhio l’orologio, chiedendomi se oggi arriverò in orario a scuola.Le lancette scorrono veloci, come se non avessero la minima pietà di me. Tic-tac-tic-tac… tutto scorre sempre più velocemente: gli anni, le stagioni, i mesi, le giornate…passano così in fretta, talmente in fretta, che non si riesce a fare nulla di diverso dalla giornata precedente: ci si stringe nella solita routine, nel minimo del dovere quotidiano. Pochi minuti e la campanella suonerà, ma io sono ancora al semaforo vicino a casa.

So che anche oggi mi aspetta la camminata rapida come un passo di marcia, che brucia i miei polpacci già stanchi per l’allenamento della sera precedente. 

Ad appesantire il mio passo è la cartella sulle spalle, con i libri necessari per sei ore di lezione, magari accompagnata da una cartelletta di tecnologia nella mano destra.

Arrivo all’entrata della scuola e cerco di vedere se la mia classe è già entrata nella nostra aula.

Vedo in fondo al corridoio la porta della mia aula chiudersi elegantemente, per opera della prof. della prima ora. Aumento la velocità del passo, per evitare il giorno dopo la giustifica per il ritardo.

Davanti alla porta già serrata mi fermo un attimo e prendo consapevolezza che da quel momento, da quell’istante, inizierà la mia giornata, la mia piccola lotta quotidiana, la routine. Tutte le ore appaiono così noiose e lunghe mentre le viviamo, ma così brevi nel corso della giornata. Le verifiche impostate troppo presto, troppo presto per aver capito tutto.

Ovviamente non manca la dose di accanimento contro noi ragazzi, che non abbiamo fatto niente, eppure per i professori abbiamo fatto fin troppo.

Chissà, credo che pochi vengano a scuola tanto felici dopo aver intuito tutto questo. Non manca nemmeno la parte dei coetanei, o meglio delle coetanee. Ragazze tutte uguali, completamente identiche. Se chiudessi gli occhi credo che non riuscirei a distinguerle: timbro di voce il più simile possibile alle altre amiche, volume della voce sempre troppo alto, nemmeno un momento di pausa per le mie orecchie e vi lascio immaginare per quale intelligente causa utilizzano le loro corde vocali.

Vestiti firmati, trucco, illusione, apparenza e tante volte volgarità. 

Talmente convinte di essere le migliori, che ogni cosa che esce dalla loro bocca sia indiscutibile, che alla fine le persone iniziano a credere a questo, senza più ribattere a ciò che di sbagliato esse dicono. Basta poco per diventare quella antipatica agli occhi di tutti, basta contrastare ciò che esse dicono e puff!, non sei più loro amica: gli hai fatto fare una figuraccia.

Se aprissi gli occhi le vedrei ora abbracciare il ragazzo di là, dare un bacio al ragazzo di qua, lanciare un’occhiata apparentemente molto femminile a un altro ragazzo ancora. Eppure questa formula funziona alla perfezione sui nostri cari coetanei, che immaginano una vita insieme a queste ragazze ritenute al top.

Entro in classe e vedo i saluti mattutini: abbracci e qualche “amore mi sei mancata” tra qualche amica. Vedo già che poco distante c’è quel ragazzo, che guarda sognante quell’abbraccio tra amiche, sperando di essere lui, un giorno, ad essere abbracciato. aspetta, c’è un altro ragazzo che guarda la scena immaginando le stesse cose! E un altro ancora, e un altro ancora,… già, tutti ragazzi innamorati della stessa persona, che lottano a suon di messaggi dolci su whatsapp e di cuori in una chat, per capire chi sarà il migliore, il prescelto. Capito che con quella ragazza non si avrà mai una chance, allora si passa all’amica, non molto distante dalla prima.

Così, in qualche modo, passano le ore, fino ad arrivare all’intervallo, ritenuto da tante un po’ come il sabato sera. Ritocchino al trucco nel bagno più vicino e poi via per la scuola, andando in corridoi così distanti dall’aula, ma così efficaci nella missione del “farsi notare”. 

Le ore ritornano a passare lente, ma tanto utili a chi le usa per riflettere, anziché specchiarsi nello specchietto appoggiato all’astuccio. Quelle riflessioni così aspre e per niente incoraggianti che non ti mettono nemmeno la voglia di fare arte l’ora successiva. Così, così passano le mattinate, che rappresentano per le ragazze del “farsi notare” solamente una prova generale e per me solo una piccola parte della nervosità che esse provocano.

Arriva infatti la mensa: a questo punto diviene importante in che modo si inarca la schiena, precisamente il fondoschiena, con quali movimenti si mastica la pasta e con quale “eleganza” si cammina per mettere a posto il vassoio usato. Giustamente non mancano gli sguardi ammirevoli dei ragazzi e il commento spregevole della ragazza talmente simile ad essa che finisce per odiare la prima perché non ha avuto lo stesso successo in fatto di fidanzati o di “mi piace” su Facebook.

La giornata finisce con i soliti abbracci, baci e varie smancerie, che non mancano mai anche se il giorno prima si aveva postato uno stato su Facebook che rendeva a tutti chiaro che lei, ragazza coraggiosa, non intendeva diventare MAI più amica della ragazza che ha appena salutato dicendole che le mancherà fino a quando, stasera, si scriveranno di nuovo. Finisce così anche il mio livello di pazienza al riguardo, appena in tempo per non iniziare a impazzire vedendo ogni giorno la stessa storia ripetersi, come un disco rimandato indietro nel tempo tante volte, troppe volte. Allo stesso tempo, mi chiedo se il mio disprezzo per queste persone non sia per il fatto che io voglia essere come loro.

Ci è voluto tempo per rispondere a questa domanda, più lezioni di scienze, arte e grammatica del solito. Ho capito che ciò che mi dà fastidio è “unicamente” il fatto che esse riescono ad ottenere tutto ciò che vogliono, vendendosi con varie smancerie. Allora qual è il modo per ottenere ciò che si vuole rifiutandosi di diventare come loro, di uniformarsi a quell’unico ideale? essere forti, credere in ciò che si fa… eppure tante volte ti verrebbe la tentazione di diventare come loro: sarebbe la strada più facile, quella meno faticosa.

Ma quando davanti a te trovi un desiderio che non ha bisogno di tutto ciò per essere realizzato, allora, è solo in quel momento, che ti serve l’ingegno e la fatica e che hai fatto per ottenere ciò che volevi senza usare quella via più semplice. Oppure ti rendi conto solo più tardi che tutti quegli obbiettivi che esse riuscivano a realizzare erano solamente più facili da raggiungere, meno difficili da acchiappare e intrappolare dentro di noi.

Basterebbe abbassare le mie aspettative, creare sogni in base a queste e vedrei realizzati tutti i miei nuovi desideri. Ma forse… forse continuo a mantenere i miei sogni in quel mondo dell’impossibile perché sono convinta che essi mi lasceranno molta più felicità quando riuscirò realizzarli.